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Indice Italia-Svizzera




da: La rassegna mensile di Israel, Roma, vol. XLVII, n° 1-2-3, Gennaio-Giugno 1981, pp. 153-173.



MICHELE SARFATTI




Dopo l'8 settembre:


gli ebrei e la rete confinaria italo-svizzera


Prima ancora che terra d'asilo, la Svizzera costituiva per gli Italiani travolti dalla guerra fascista quasi un miraggio. Ha scritto nel 1965 uno di coloro che allora vi avevano trovato rifugio: « E' difficile oggi immaginare ciò che la Svizzera rappresentava durante la guerra. I tedeschi tenevano saldamente Italia, Francia, Belgio, Olanda, Danimarca, Polonia, Cecoslovacchia, Austria, Ungheria, Jugoslavia e Grecia e sembrava incredibile che al centro di questo cerchio di ferro e di fuoco potesse esistere un lembo di territorio ove non risuonasse la pesante cadenza delle truppe d'occupazione. Il pensiero d'una vita ordinata, senza il costante pericolo che non soltanto incombeva sugli oppositori e i clandestini, ma su quanti erano esposti alle leve forzate del lavoro, esercitava un fascino singolare che non è facile descrivere. Alcune circostanze consuete in un passato che sembrava remoto e perduto, costituite dall'espressione esteriore del vivere civile in condizioni di libertà, davano un senso di stupita euforia a coloro che riuscivano a penetrare in Isvizzera. Esprimere il proprio pensiero senza paura di delatori, leggere giornali privi delle distorsioni della propaganda, salire su un treno veloce, comodo, puntuale, trovare i locali e le città illuminate di notte e l'assenza dei tedeschi provocavano un sollievo inesprimibile e soprattutto la speranza di poter riconquistare al proprio paese, in un futuro non troppo lontano, simili condizioni che sembravano di raro privilegio ». (1)


Non era la prima volta che le cittadine del Ticino, il lago di Ginevra, e gran parte degli altri cantoni tedeschi e romandi accoglievano profughi provenienti dal grande vicino meridionale. L'emigrazione politica italiana in Svizzera ha infatti origini lontane, risale ai primi oppositori del regime fascista, e, prima ancora, agli anarchici, agli uomini del Risorgimento; e, tornando a tempi più recenti, tale può essere considerata la folta pattuglia di giovani ebrei che, scacciati dalle scuole italiane nel '38, cercò oltralpe la possibilità di compiere gli studi universitari.


Ed anche nella ben più numerosa emigrazione di lavoratori, non mancavano coloro che proprio a causa delle loro idee avevano visto chiudersi tutte le possibilità di lavoro esistenti nel proprio paese. A partire dall'8 settembre però questa emigrazione politica. assume caratteristiche diverse: non si tratta più di singoli oppositori, di rivoluzionari isolati, di gruppi limitati, sono decine di migliaia gli italiani che si rifugiarono oltrefrontiera. Ed alcune migliaia sono gli stranieri che si uniscono a loro.


Relativamente semplice è definire il numero dei primi. Gli italiani accolti in Svizzera durante l'intero periodo bellico, e provenienti da qualsiasi stato confinante con la piccola repubblica, furono 39.071, suddivisi in 14.599 civili e 24.472 militari (questi dati non comprendono quelle altre decine di migliaia di persone residenti nelle zone frontaliere che cercarono rifugio nella Confederazione per pochi giorni o per qualche settimana). Per rapportare queste cifre al periodo ed alla rete confinaria che qui interessano (il confine italo-svizzero nel settembre '43 - aprile '45), vanno sottratte al gruppo dei civili quelle decine di persone che erano, entrate nella Confederazione nei primi anni di guerra, ed al secondo quei gruppi di militari che sconfinarono direttamente dalla Francia nella Svizzera romanda. A entrambi i gruppi inoltre vanno sottratte alcune decine - o forse qualche centinaia - di nomi: al momento della liberazione delle valli alpine e subito dopo il 25 aprile infatti una piccola corrente di fascisti si sostituì al ben più grande esodo che essi stessi avevano provocato. Comunque possiamo agevolmente definire in 38.000-38.500 il numero totale dei rifugiati che qui interessa (di essi circa 33.000 entreranno dai posti di frontiera del Ticino, e gli altri espatrieranno dalla Valtellina, dall'Ossola occidentale - circa tremila al momento della sconfitta di quella repubblica - e dall'aostano). Più complesso è invece il calcolo relativo agli stranieri passati dall'Italia in Svizzera. Tuttavia, partendo dagli unici dati parziali noti, quelli relativi agli ingressi nel Ticino - 5.550 ripartiti in 1.420 civili e 4.130-militari - e sottraendo la stima probabile dei militari tedeschi in fuga (500-1.000) ed aggiungendo invece quella dei rifugiati entrati da altre regioni (1.000-1.500), possiamo considerare verosimile una cifra finale aggirantesi intorno alle 6.000 persone.


Il numero totale dei rifugiati che lasciarono l'Italia e vennero accolti nella Confederazione nel periodo successivo all'8 settembre sarebbe quindi di poco superiore a 44.000 (2).

Del tutto impossibile è invece valutare quanti si dovettero limitare al semplice desiderio di passare quella rete. Perché è vero che la Svizzera fu 'terra di asilo', ma è altrettanto vero che essa si era data dei regolamenti ben precisi riguardo all'accesso dei profughi; ed è inoltre vero che comunque il toscano, il veneto, lo stesso milanese doveva pur trovare il modo di raggiungere quella frontiera. E su questi due particolari aspetti - l'arrivo e l'ingresso -, esaminati come si è detto per il periodo successivo all'8 settembre, si vogliono soffermare queste brevi pagine; perché le 'pieghe' della storia sono storia anch'esse, e perché queste due pieghe riguardano in particolare gli ebrei, coloro cioè che più di altri avevano bisogno di arrivare e di entrare (« dopo l'8 settembre non rimanevano per sopravvivere che pochissime strade da percorrere: l'occultamento, il passaggio clandestino in Svizzera, oppure, per uomini e donne validi senza il peso della famiglia, l'aggregazione ai partigiani ») (3).


Secondo la Delegazione di Lugano del CLNAI, nel novembre 1944 gli ebrei italiani rifugiati in Svizzera erano 4.550 (4). L'ufficiale elvetico che si occupò dell'afflusso nel Ticino informa da parte sua che dei 12.028 civili entrati nel Canton Ticino durante il periodo della Repubblica di Salò, 4.296 avevano dichiarato di appartenere a quella religione (5). Nonostante la loro somiglianza le due cifre sono in realtà diverse: la prima è di carattere generale ed è riferita agli italiani, la seconda comprende anche quegli ebrei di origine mitteleuropea o jugoslava che appena pochi anni prima avevano creduto di trovare in Italia la salvezza dalle persecuzioni e dalla morte (6).


Volendo tuttavia individuare perlomeno un dato di riferimento, si può affermare che gli ebrei giunti in Svizzera dall'Italia per sfuggire ai nazisti e ai repubblichini furono tra i 5.000 e i 6.000 (7).


Se si paragona questa stima con la probabile consistenza della popolazione ebraica in Italia l'8 settembre 1943 (circa 32.000 italiani e forse 13.000 stranieri) (8) e con le valutazioni precedenti intorno al numero di coloro che passarono la rete confinaria italo-svizzera a partire da quella data (circa 44.000 persone), otteniamo in entrambi i casi una percentuale assai rilevante, quantomeno superiore al dieci per cento. Due dati tutt'altro che trascurabili, ma che avrebbero potuto essere di gran lunga più elevati - e parallelamente sarebbe diminuito il tragico bilancio di quegli anni - (9) se al momento dell'arrivo e a quello dell'ingresso gli ebrei non si fossero scontrati con la volontà di altri italiani di speculare sulla loro sorte prima, e con la normativa Svizzera che regolava l'accesso poi.


I profughi che lasciavano l'Italia formavano un insieme assai variegato; in linea di massima esso può essere scomposto in soldati sbandati, giovani renitenti alle leve repubblichine, gruppi partigiani costretti a ritirarsi, antifascisti cittadini o delle valli riconquistate dai nazifascisti, giovani dell'Europa orientale che i nazisti avevano arruolato con la forza, prigionieri alleati evasi dai campi, perseguitati razziali. Se poi da un elenco per gruppi passiamo ai singoli nominativi di profughi italiani (e facendo questo non si vuole ignorare le vicissitudini - anch'esse umane e reali di coloro che non fanno parte del 'paese ufficiale'), è facile notare come l'insieme dei rifugiati costituisse un vero e proprio 'spezzone' della penisola: tra di essi vi erano tre rettori dell'Italia dei quarantacinque giorni (Gustavo Colonnetti, Luigi Einaudi e Concetto Marchesi); esponenti politici quali Umberto Terracini, Altiero Spinelli, Stefano Jacini e Ferdinando Targetti; uomini e donne i più diversi quali Arnoldo Mondadori, Ernesta Battisti e i suoi figli Livia e Luigi, il duca di Bergamo, don Carlo Banfi (il parroco di Sormano entrato accompagnando un gruppo di 14 ebrei e 4 soldati inglesi), l'intero Reggimento «Savoia Cavalleria» forte di circa 650 uomini (si tratta della unica formazione del regio esercito che scelse quella strada), etc. Ed ancora, giovani che - entrati quali soldati sbandati o renitenti alla leva - decisero in seguito di unirsi ai partigiani (Giorgio Elter, Franco Fortini,....), o dirigenti della Resistenza per i quali la Confederazione rappresentò solo un breve riparo (Ettore Tibaldi, Walter Fillak,...). Ed infine ebrei di ogni tipo, spesso - come risulta già dai nomi su esposti - perseguitati per motivi politici oltreché razziali: Alessandro Levi, Sabatino Lopez, Ugo Guido Mondolfo, Mario Fubini, Gustavo Del Vecchio, Vittorio Valobra, Paolo D'Ancona, Ursula Colorni-Hirschmann, Ugo Castelnuovo Tedesco, Bonaventura Castelbolognesi, etc. (10)


Per gran parte dei profughi l'organizzazione dell'espatrio non poneva particolari problemi. I soldati sbandati, i partigiani, gli antifascisti delle province più settentrionali, erano favoriti dalla giovane età e dal fatto di trovarsi già prossimi alla rete confinaria (i soldati inoltre per lo più scelsero quella strada nel breve intervallo che separò lo sfaldamento dell'esercito italiano dall'effettiva e generalizzata presa di potere da parte dei tedeschi). Certo, l'incontro con una pattuglia di confine era un rischio che più volte si tramutò in realtà, ma di gran lunga più numerose furono le volte in cui l'impresa conobbe una riuscita positiva; e raramente nel complesso essi dovettero affidarsi ai passatori. Di un passatore invece avevano bisogno tutti gli altri fuggitivi, a cominciare dagli ebrei.

Il passatore, come dice la parola stessa, era colui che accompagnava i fuggitivi fino al punto in cui la rete confinaria era aperta da un varco clandestino. Le persone più diverse, sulle Alpi come nella zona del Ticino, praticavano questo mestiere: a volte erano partigiani - molte delle bande formatesi nell'autunno del '43 si dettero come primo obiettivo proprio quello di aiutare queste fughe -, antifascisti, o anche semplici montanari o contadini; altre volte vi furono preti che giunsero ad organizzare coi propri parrocchiani un vero e proprio servizio impeccabile; più spesso però si trattò di persone che già da tempo basavano, in parte o totalmente, la loro esistenza sul contrabbando. Chi compiva queste azioni per convinzione antifascista o, comunque per solidarietà umana prestava gratuitamente la propria opera, o, quando le missioni si succedevano con una certa regolarità ' chiedeva in cambio un modesto pagamento (ad esempio il CLN riconosceva un piccolissimo rimborso spese - cento o duecento lire di allora, una cifra di difficile valutazione, ma sicuramente inferiore alle diecimila lire odierne - al passatore che, accompagnando al confine un militare alleato, tornava presentando un'apposita dichiarazione da questi firmata) (11). Gli altri invece non esitarono a trasformare in fonte di ricchezza la loro attività.


Ora le caratteristiche degli ebrei erano tali che proprio essi finivano per 'usufruire' principalmente di questa seconda categoria di passatori. Per prima cosa si trattava di persone disperate, spesso decisesi a quel passo perché era divenuto troppo rischioso o del tutto impossibile rimanere nascosti nel casolare isolato o nella doppia stanza cittadina; e la disperazione infonde sì coraggio, ma lascia altresì disarmati di fronte a chi ha il potere di metterti in salvo. In secondo luogo molti dei fuggitivi ebrei erano persone pacificamente apolitiche, o abitanti in città anche molto distanti dal confine, o addirittura poco pratiche della stessa lingua italiana; erano cioè in sostanza ignari e della geografia delle zone confinarie e delle reti di solidarietà umana ed antifascista che vi operavano. La presenza di donne, bambini e persone anziane, richiedeva infine che lo sconfinamento venisse appoggiato da più persone organizzate, e, per uno di quei dolorosi paradossi di cui è ricca la storia degli ebrei, di fronte all'alternativa fra un passaggio a pagamento ed uno basato sulla semplice solidarietà, su entrambi i quali si avevano notizie scarne o contraddittorie, la scelta finiva per cadere sul primo, giudicato più sicuro perché praticato per così dire o « professionalmente ».


Così « la speculazione fu esercitata soprattutto a danno degli ebrei, ritenuti ben provvisti di denaro e di preziosi », ricorda un rifugiato, lasciando capire come il comportamento dei passatori fosse anche il frutto delle idiozie sulle ricchezze ebraiche propagate dal fascismo: o furono impiantate vere e proprie imprese. affaristiche per l'espatrio degli ebrei, con succursali in varie città. Una famiglia ebrea di Firenze o Padova, ad esempio, combinava il proprio espatrio col rappresentante locale dell'impresa e sborsava una somma che doveva garantire il servizio completo, come se si fosse trattato di un'agenzia turistica. La somma, naturalmente, variava. Taluni erano disposti a raggiungere con mezzi propri e a proprio rischio le località di frontiera dove erano attesi dai passatori; altri invece chiedevano di esservi accompagnati e di poter effettuare il viaggio a tappe, fruendo ad ogni tappa di nascondigli sicuri. L'impresa pensava a tutto; anche ai documenti di identità falsi, spesso fabbricati con moduli a stampa originali, muniti di firme e di timbri autentici. [...] E i passatori fecero quattrini a palate, esigendo supplementi o compensi straordinari per le guardie di confine. Nessun dubbio sulla corruttibilità dei militi confinari fascisti e degli stessi tedeschi, ma spesso si trattava di pretesti escogitati dai passatori per aumentare i loro proventi » (12).


Certo, vi furono coloro che, pur chiedendo un pagamento comunque non giustificato, seppero in qualche modo contenere le loro richieste (e fra questi ad esempio rientra quel curato della valle d'Intelvi che, grazie a « tariffe tutt'altro che elevate », raggiunse il duplice scopo di soccorrere decine di ebrei e di « abbellire » la propria chiesa) (13), ma il quadro generale era un altro: « Feroci ed odiosi passatori furono invece, in generale, quelli che si occuparono dell'accompagnamento degli ebrei, fossero o non fossero in fama di danarosi. Quasi tutti i rifugiati ebrei hanno dichiarato di avere pagato per l'accompagnamento sino alla frontiera somme che spaziano dalle cinquemila alle cinquantamila lire. Ma le tariffe divennero coll'andar del tempo e cogli aumentati pericoli sempre più alte, costituendo un ultimo odiosissimo atto della persecuzione attraverso la quale queste disgraziate creature hanno dovuto passare » (14).


A suffragare queste due descrizioni - anche se non ve ne sarebbe bisogno, data la particolare competenza in materia dei due autori (il primo, già giornalista del 'Corriere della Sera', fu uno dei più assidui collaboratori dei fogli pubblicati in Svizzera dai rifugiati; il secondo era il già ricordato ufficiale ticinese) - basti riportare qui tre dei tanti documenti esistenti al riguardo. Uno dei fuggitivi ad esempio ricorda ancora oggi che, dopo aver pagato « in tre, che poi la quota mi pare fosse valida anche per quattro » - le prime ventimila lire, « quando siamo stati sul punto di passare la rete, la guida ci ha chiesto un supplemento, non ricordo di quanto ma non doveva essere molto. Per di più abbiamo, poi saputo che, avendogli noi dato l'indirizzo di un nostro parente che era rimasto a Venezia, è andato da lui per farsi dare altri soldi, dicendo che noi alla frontiera gli avevamo chiesto dei soldi dei quali lui ora voleva il rimborso ». (15)


Gli altri due documenti si riferiscono alla Firenze dei primi mesi del '44, nella quale, nonostante l'interessamento diretto del responsabile della Comunità Israelitica Eugenio Artom e di generosi antifascisti non ebrei (e fra questi ultimi va ricordata almeno Tina Lorenzoni, caduta per liberare Firenze, ed insignita di medaglia d'oro alla memoria anche perché aveva realmente messo la sua vita a disposizione degli ebrei) (16), il desiderio di partire tornava a scontrarsi col problema economico. « Nei mesi di aprile-maggio si delineò - riferirà l'anno seguente Artom - la possibilità di fare emigrare in Svizzera famiglie ebree; il costo dell'impresa eccedeva le disponibilità della nostra organizzazione: dovetti quindi limitarmi a favorire la partenza di quanti, decisi ad affrontare i rischi dell'impresa, ne avessero la possibilità economica; mi adoperai quindi a mettere in contatto gli aspiranti con le organizzazioni all'uopo create, a munirli di documenti d'identità falsi tali da garantirne la libera circolazione nel territorio della repubblica sociale, a rilasciare loro certificati di ebraicità, necessari perché potessero essere accolti nel territorio della Confederazione Elvetica. Il numero dei partenti è stato relativamente esiguo, almeno in confronto a quello delle persone con cui ebbi a questo scopo contatti durante questo periodo ». (17) E neanche l'attivo comunista Gianfranco Sarfatti o la già ricordata Tina Lorenzoni erano riusciti a trovare una strada migliore, né probabilmente ritenevano che essa potesse esistere, come dimostra il tono 'soddisfatto' col quale il primo dei due scriveva nel febbraio '44 ai genitori nascosti nelle campagne fiorentine: « Ho ricevuto finalmente la risposta circa quell'affare che ci interessava. Risposta affermativa e in complesso soddisfacente: L. 25.000 ciascuno, garanzia che si tratti di una cosa seria, non di una speculazione passibile poi di trasformarsi in un vero e proprio ricatto. La persona che si occupa di tale cosa è un amico di Mario B. e di Giuliano T. [Treves?] che già avevo conosciuto; l'ho potuto riavvicinare mediante una amica della Tina. Egli è certamente una persona seria ed è in questo giro d'affari «ufficialmente» per così dire; ossia non se ne è occupato occasionalmente per noi. Per questo lato quindi mi pare di avere imboccato la via giusta. Circa le condizioni più dettagliate e i mezzi impiegati, essi verranno esposti personalmente a uno di noi (fin'ora hanno fatto da intermediarie la T. e la sua amica) solo quando avremo accettato in linea di massima il prezzo » (18).


Come è accennato anche in quest'ultimo brano, la tariffa elevata non costituiva di per sé garanzia di successo dell'impresa; e l'intera vicenda degli espatri è contrassegnata dagli episodi dolorosi di ebrei caduti in mano dei nazifascisti quando erano ormai a pochi passi dalla rete. In alcuni casi era solo la sfortuna od un banale errore di calcolo a causare questi incontri, e questo sembra essere avvenuto per esempio alla famiglia di Daniel Vogelmann: « Mio padre, sua moglie Anna Disegni, e sua figlia Sissel di otto anni furono presi al confine con la Svizzera, e, dopo un breve ritorno a Firenze per ragioni burocratiche, furono spediti ad Auschwitz » (19). Altre

volte però questo avveniva per precisa scelta del passatore: o vi furono anche individui abietti che non esitarono, spinti dalla cupidigia, a derubare i miseri che ad essi si erano affidati, e persino a tradirli pur di assicurarsi il bottino. Talvolta il passaggio avveniva in due tempi: prima le persone, poi i bagagli. I fuggiaschi giungevano felicemente al di là della rete, ma poi attendevano invano le loro valige. [ ... ] In certi casi il bagaglio passava prima delle persone, ma queste non lo seguivano: denunciate da una spia, venivano sorprese dai militi confinari. Il passatore, pratico dei luoghi e d'accordo coi militi, poteva eclissarsi; i clandestini venivano arrestati e deportati nei Lager tedeschi » (20). E se il gruppo dei tre veneziani prima ricordato ha avuto fortuna («Abbiamo poi saputo, tornando dalla Svizzera, che questo contrabbandiere era stato fucilato dai partigiani perché faceva un po'’ il doppio gioco. E direi che noi siamo stati molto fortunati con lui ») (21), eloquente è la vicenda dell'ebreo arrestato nei pressi del confine da un brigadiere della milizia confinaria che era accompagnato da colui che aveva fatto da intermediario per l'espatrio (22). Il ricavo di questi 'commerci'’ era allettante, e non solo per il più o meno ricco contenuto delle valigie: « a Milano, nel dicembre 1943, si fissarono particolari taglie, viveri più denaro - e questo nella misura dalle 3 alle 9.000 lire - per ogni ebreo consegnato, anche se bambino » (23); e non bisogna dimenticare che così facendo il passatore aveva trovato il modo di riscuotere due volte per la stessa 'merce'.

Accanto ai passatori qui descritti (quelli 'semplicemente' esosi e quelli decisamente abietti) esistevano tuttavia altre strade per passare in Svizzera, strade gestite in nome della semplice solidarietà da singoli italiani, da piccoli gruppi di antifascisti o dalla stessa Resistenza. Delle prime due è però difficile tracciare qui un quadro. Le numerose ma succinte descrizioni esistenti (nel 1955 l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane promosse al suo interno una raccolta di testimonianze riguardo all'aiuto che i suoi membri avevano ricevuto da non ebrei) non permettono sempre di sciogliere una situazione assai complessa, composta da persone che accompagnavano gli ebrei fino alla frontiera, da persone che aiutavano gli ebrei a procurarsi il denaro per i passatori, e da persone - in questo caso vere e proprie piccole organizzazioni - le quali, non essendo in grado di sostituirsi al passatore, erano però riuscite a legarsi ad uno di essi che non fosse né abietto né eccessivamente esoso, e ad ottenere che una seppur piccola parte dei gruppi di fuggiaschi fosse composta, da ebrei poveri e quindi 'non-paganti'. E se queste differenze ovviamente non incidono in alcuna misura sul valore e sul significato dell'aiuto prestato, assumono tuttavia una concreta rilevanza ai fini di questo scritto. In attesa quindi di studi specifici (che non potranno non essere assai minuziosi, e che necessitano altresì di una più cospicua base memorialistica), basti qui riaffermare che quelle strade comunque esistettero, e che centinaia, di ebrei ne poterono usufruire (24).


Insieme all'aiuto prestato, per così dire, 'ad iniziativa di privati cittadini' (ed in esso riteniamo debba essere compreso anche quello di parroci ed altri religiosi cattolici) vi fu infine quello della Resistenza. Tutte le bande dislocate sulla frontiera settentrionale aiutarono gli ebrei in fuga, e si è già detto che molte di esse nacquero proprio con quell'obiettivo o scelsero comunque quello come prioritario. Tra le tante però una merita di essere ricordata in modo particolare, perché il suo operato ebbe un rilievo del tutto eccezionale. Si tratta della banda Lazzerini, operante nel Varesotto, la quale, fino a quando nell'ottobre '44 fu costretta a sua volta a sconfinare, organizzò l'espatrio di 1.168 ebrei e 817 ricercati politici e renitenti alla leva fascista (oltre ad alcune centinaia di militari alleati e di partigiani di altre formazioni bisognosi di cure o troppo attivamente braccati) (25). Si tratta di cifre assai elevate, impossibili da ottenere senza una vasta organizzazione, e che difficilmente potevano rimanere ignote agli stessi fascisti. E proprio un rabbioso documento di questi ultimi aiuta a comprendere come poterono essere raggiunte:« [è confermata] l'esistenza di una efficiente organizzazione per lo espatrio clandestino di israeliti, renitenti al bando del 25 maggio u. scorso e ricercati politici pericolosi. Essa farebbe capo al locale clero e ad organizzazioni cattoliche di pretta marca antifascista ma la attuazione nella parte più delicata e pericolosa sarebbe affidata alla nota banda ribelle operante nell'alta provincia di Varese che opera con decisione, perizia per le ramificazioni profonde nella zona immediatamente retrostante al confine. [ ... ] Purtroppo il Servizio di Polizia di Frontiera Germanico [lascia] molto a desiderare perché costituito da effettivi della riserva, stanchi, anziani e notoriamente refrattari a collaborare con i nostri Servizi Istituzionali, in particolar modo amici della Guardia di Finanza italiana, il cui atteggiamento, dopo il deprecato 25 luglio 1943, fu sempre per la maggior parte, ed a esempio dell'arma dei carabinieri, più che indifferente strettamente operante con le forze ribelli e quelle antifasciste di oltrefrontiera. [ ... ] La banda di ribelli ormai tristemente nota ha raggiunto una tale sicurezza da permettersi di organizzare degli espatri di 50-60 persone contemporaneamente, protette da 30-40 armati e guidati da ribelli ex battitori di confine. L'omertà delle popolazioni, la loro collaborazione, l'attività antifascista ed antinazista della G.d.F. fanno si che qualsiasi appostamento nostro o germanico sia tempestivamente segnalato ai banditi eludendo così qualsiasi azione » (26).


La vicenda della banda Lazzerini però, mentre onora grandemente l'intero movimento partigiano, stimola anche ulteriori riflessioni sulla Resistenza stessa e su tutta la vicenda delle fughe di ebrei in Svizzera. Le 'strade' descritte in queste ultime pagine infatti poterono essere utilizzate solo da una parte dei fuggitivi, gli altri, la maggioranza - una maggioranza forse non elevata, ma pur sempre tale, e comunque rappresentante troppe persone -, dovettero rassegnarsi ad usufruire dei passatori veri e propri. Ma tutto questo sarebbe ancora, se non tollerabile, quanto meno comprensibile, ché la guerra rappresenta sempre e comunque il miglior terreno di coltura per gli speculatori, siano essi mercanti di cannoni, organizzatori del mercato nero, o, appunto, passatori. Non lo è più però quando si pensa alle decine di profughi che finirono nelle mani di chi voleva speculare doppiamente su di loro, o alle centinaia e centinaia che, incapaci di racimolare il denaro richiestogli, dovettero rassegnarsi a rischiare di restare. Ed è a questo punto che il discorso torna a centrarsi sulla Resistenza, perchè, al di là dell'aiuto - forzatamente limitato - prestato dai singoli o da settori del clero, divenuta impossibile ogni azione autonoma della dirigenza ebraica stessa (27), solo alla nuova Italia, all'organizzazione che stava crescendo nella clandestinità e sulle montagne, poteva essere chiesto di opporsi e di sostituirsi a questo mercato di vite e di soldi.


A questa richiesta tuttavia essa rispose solo in parte, come dimostra la contraddizione esistente fra le cifre delle quali può vantarsi la banda di Varese ed il fatto che quella vicenda non venne affiancata - in quella misura - da altre formazioni partigiane; e nasce quindi spontanea la domanda se essa « non seppe » o « non potè » fare di meglio. E' una questione tutt'altro che semplice, e quindi solo alcuni passi verso una sua soluzione possono qui essere compiuti; ad evitare polemiche pretestuose è però opportuno, prima di ogni altra cosa, ribadire ancora una volta che comunque la Resistenza rappresentò - per propria chiara scelta ed anche in forza dei suoi legami con la tradizione risorgimentale - un sostegno unico ed insostituibile per gli ebrei d'Italia, tanto che, ad esempio, la profonda integrazione verificatasi nella Toscana del '44 tra gli organismi del CLN ed i comitati di assistenza agli ebrei finisce paradossalmente per vanificare in gran parte gli sforzi di chi voglia ricostruire i rapporti intercorsi fra gli uni e gli altri.


Una prima spiegazione va individuata in quello che era il fine stesso del movimento partigiano: combattere i nazifascisti e liberare sempre più vaste zone fino all'intero territorio nazionale, eliminando quindi nel contempo gli organizzatori ed i manovali della persecuzione antisemita e rendendo anche agli ebrei una terra su cui poter vivere liberamente. E, anche se le costruzioni ipotetiche hanno in genere un valore limitato, in questo caso non è difficile immaginare cosa sarebbe successo alla Svizzera ed agli ebrei ivi rifugiati nell'eventualità di una Resistenza rapidamente sconfitta e debellata col conseguente rafforzamento, del dominio nazista sugli stati confinanti con la Confederazione elvetica.


Un secondo motivo di riflessione è stimolato da alcune affermazioni riguardanti i prigionieri alleati. Secondo l'ufficiale svizzero già ricordato, « le associazioni per facilitare l'entrata in Svizzera degli ebrei e, specialmente, dei prigionieri alleati evasi dai campi di concentramento, non esistevano soltanto in Italia ma anche nel Ticino e avevano sicuramente (ora si può dirlo) le loro propaggini nei consolati delle nazioni alleate. [ ... ] E' stato appunto per trattare con uno di questi consolati e assicurarsi i mezzi per le ricerche e gli accompagnamenti di soldati inglesi verso il rifugio svizzero, che il giorno 4-11-43 nel tardo pomeriggio due signori italiani varcarono clandestinamente la frontiera. [ ... ] Erano i signori: « Ferruccio Parri e Paolo Valiani » (28). Ed il primo di questi due, in un articolo dedicato ai rapporti tra la Confederazione e la Resistenza, dopo aver ricordato che « i rapporti nostri con gli Alleati e l'aiuto che essi ci fornirono furono necessariamente influenzati dalla diffidenza verso un movimento di carattere e pretese nazionale », a proposito dei prigionieri alleati scrive: « ci costarono molto in lavoro rischi e sacrifici. Tutti sanno con quanta abnegazione il popolo italiano, il popolo delle campagne, si sia adoperato e spesso sacrificato per essi. Il nostro servizio centrale era organizzato dall'ing. Baciagaluppi, prima del suo arresto e della sua successiva fortunosa evasione. Cercammo di portarne il più possibile fuori del confine, come ci chiedevano gli Alleati. Falliti alcuni arditi tentativi di trasporto via mare, non rimaneva che la Svizzera. Catene di punti d'appoggio guidavano sino al confine le tradotte notturne dei fuggiaschi dal Piemonte, dalla Lombardia, dall'Emilia e dal Veneto. Fatiche improbe ed inumane spesso; sorprese e catastrofi, ed eroismi ignorati e senza premio dei nostri accompagnatori. Passammo in Svizzera parecchie migliaia di questi prigionieri ». (29) La conclusione che sembra di poter trarre è che di fronte agli Alleati la Resistenza, stretta da un reale bisogno di aiuti in armi e denaro e di un riconoscimento ufficiale, si sia trovata praticamente obbligata - se non addirittura sottilmente ricattata - a concentrare le proprie energie nei confronti dei prigionieri evasi, ponendo in secondo piano di conseguenza - a causa della limitatezza delle forze - l'aiuto verso coloro che non usufruivano di un interessamento tanto altolocato.


Il terzo elemento di riflessione è invece di aspetto più generale e di carattere più problematico, e riguarda la generale sottovalutazione che in quegli anni, dentro e fuori l'Italia, venne fatta a proposito della sorte riservata agli ebrei. Una sottovalutazione riferita non tanto al fatto che gli ebrei si trovassero in una situazione di serio e reale pericolo, quanto al genocidio che li attendeva tutti. Su questa questione però non si possono trarre conclusioni o improvvisare spiegazioni, troppi nodi vi sono connessi e non è né possibile né corretto tentare di risolverli a partire dalla limitata vicenda dei passaggi in Svizzera. Ed alla stessa non-conclusione giunge Annie Kriegel, quando, in un recente intervento ricco di domande polemiche, si pone « una domanda ancora più angosciante e di carattere più generale, dato che non si limita alla Resistenza interna, e neanche alla sola Francia, ma riguarda invece tutte le forze civili e militari di tutti i paesi impegnati nella guerra: come spiegare che né la Resistenza comunista ebraica [in Francia operava un Deuxième Détachement Juif], né la Resistenza comunista nel suo insieme, né la Resistenza gollista non si sia mai data l'obiettivo di impedire la partenza e la circolazione dei convogli di deportati « razziali »? [ ... ] Certamente le difficoltà tecniche erano notevoli: far saltare un treno merci è più facile che fermare un treno di « viaggiatori ». Certamente l'incertezza sulla destinazione di questi convogli fu a lungo tale che si poteva indietreggiare di fronte ai rischi presentati da una tale azione. Resta il fatto che dal 27 marzo 1942 all'11 agosto 1944, 85 convogli sono partiti dalla Francia con 75.000 esseri umani a bordo e tutto questo senza incidenti di percorso » (30).


Raggiunto il confine, traversata clandestinamente la rete, i problemi dei profughi non erano ancora terminati. Vi era un ultimo ostacolo da superare: occorreva presentarsi ai posti di frontiera o di polizia elvetici, ottenere di venire accolto quale rifugiato, ed evitare invece il « refoulement » (e cioè, e la scelta veniva lasciata al fuggitivo stesso, il ritorno immediato sui propri passi o la « riconsegna » ufficiale l'indomani mattina agli stati confinanti).

Non si può determinare quanti furono, accanto ai 44.000 accettati, i profughi che vennero refoulés alla frontiera italiana. Si conoscono le cifre relative all'intera rete confinaria elvetica (3.344 nel 1943, 3.986 nel 1944, 1.365 nel 1945) (31), ma anche questi sono dati puramente indicativi: da una parte essi includono i refoulements di esponenti nazisti (il cui afflusso cresceva parallelamente al sempre più aperto spostarsi della neutralità elvetica verso gli Alleati), e dall'altra escludono invece i tanti che venivano respinti senza che nemmeno venisse istruita la pratica relativa, stante la loro clamorosa, lontananza dalle diverse e sempre mutevoli categorie di profughi che potevano essere accolti. Perché è vero che la Svizzera è nota come « Terra d'Asilo », ma è altresì vero che per quanto riguarda la seconda guerra mondiale - e non solo quel periodo - a questa definizione va quantomeno aggiunto, come ha fatto Hasler al momento di intitolare il suo polemico ma ben documentato libro, un punto interrogativo (32).


Perché la Svizzera non sia stata invasa al pari di tanti altri stati europei - ed in particolare di quelle piccole nazioni come il Belgio e l'Olanda alle quali essa si sentiva particolarmente vicina - è una questione che esula da questo scritto. Certo quella prospettiva fu sempre assai reale, anche quando la guerra volgeva ormai a favore degli Alleati. Ed accanto ad essa vi era poi il problema dei rifornimenti di materie prime e di prodotti alimentari: dopo il giugno 1940 tutto il commercio doveva attraversare paesi controllati dall'Asse, e dopo l'8 settembre italiano era nei fatti la sola Germania ad avere ogni potere sulle vie di accesso alla Confederazione. E' ovvio quindi che la Svizzera cercasse di non irritare particolarmente il potente vicino. In questa situazione però si inserirono altri elementi: parte della popolazione elvetica non riteneva giusto diminuire ancor più le proprie disponibilità alimentari - non razionate ma comunque limitate - a favore dei fuggiaschi stranieri, parte della borghesia si sentiva attratta dall'ordine che i nazisti avevano imposto alla Germania, parte degli svizzeri infine non era affatto contenta, di vedere il proprio stato « riempirsi » di ebrei (33). Il dibattito interno si accentrava sulle cifre: si discuteva se il tetto massimo di rifugiati dovesse essere volta a volta più o meno di 7.000, di 20.000, di 50.000 (le quasi 300.000 persone accolte entrarono ed uscirono dal paese non tutte insieme, ma a seconda del complesso decorso degli avvenimenti bellici; in particolare i rifugiati presenti nel settembre 1939 erano già 7.100, mentre l'8 maggio 1945 saranno più di 115.000) (34); ma dietro queste polemiche vi era un problema più generale: le scelte relative alla questione dei profughi, e più in generale l'intera politica governativa, erano realmente necessarie e giustificate? e soprattutto sarebbero servite ad evitare alla Confederazione il destino subito dal Belgio e dall'Olanda, o non rappresentavano invece un lento avvicinarsi proprio verso quel tipo di regimi? Ovviamente vi erano poi altri problemi (la Germania avrebbe difficilmente tollerato che i partigiani potessero utilizzare la Confederazione non più come un semplice rifugio ma come vero e proprio « santuario»; la popolazione Svizzera era globalmente impegnata nella Difesa Nazionale, e mal accettava di dover mantenere dei profughi inattivi o di vederli occupare quei posti di lavoro - magari ben retribuiti - che essa stessa aveva dovuto abbandonare; etc.); tutte queste questioni vennero però risolte (con accordi più, o meno taciti con le varie Resistenze; con l'approntamento di un vasto piano di lavori straordinari e temporanei legati al periodo bellico; etc.), ed al fondo di tutto riemergevano quindi in continuazione il dibattito più prettamente politico, l'atteggiamento da assumere nei confronti degli stranieri, la questione ebraica. E quest'ultima in particolare fu quella che maggiormente influenzò il continuo variare delle disposizioni riguardanti i rifugiati. Tanto che fu proprio al momento delle più consistenti ondate di fuga ebraiche (l'estate del '38 e quella del '42) che venne deciso di chiudere drasticamente la frontiera, di refouler automaticamente chiunque si presentasse (e cioè, nei fatti, gli ebrei tedeschi nell'agosto 1938 e gli ebrei belgi, olandesi e francesi nell'agosto 1942).


Non è possibile riassumere in poche righe e neppure in poche pagine il continuo sovrapporsi delle ordinanze relative alla selezione da operare fra coloro che chiedevano di entrare. Intanto perché esse sono numerose, lunghe, ed in continua evoluzione verso uno dei due estremi: la chiusura totale delle frontiere alla quale si è già accennato, e l'apertura completa, verificatasi, per quanto riguarda il periodo ed il confine qui esaminati, per qualche giorno intorno alla metà del settembre '43 e al momento del tragico ottobre ossolano (solo in questo secondo caso però si trattò di una chiara scelta positiva, ché, per quanto riguarda il primo, gli svizzeri furono semplicemente travolti dalla «fiumana» dei fuggiaschi). In secondo luogo perché esse erano strettamente connesse e all'evoluzione degli avvenimenti bellici e alla capacità dell'opinione pubblica elvetica mossa dall'antifascismo o da convinzioni più prettamente umanitarie di modificare l'atteggiamento delle autorità governative e di polizia. E d'altronde esistono già - anche se poco note nella stessa Svizzera oltreché in Italia - delle ampie e documentate ricostruzioni (35).


Per quanto riguarda i profughi che si presentarono al confine meridionale dopo l'8 settembre (36) basti qui ricordare che agli inizi il filtro al quale dovevano sottostare era il seguente: potevano essere accolti i prigionieri di guerra evasi, i disertori, i militari in ritirata di fronte al nemico, quei civili che fossero maggiori di 65 anni (ed i loro eventuali coniugi anche se di età minore), le donne incinte, i malati, i ragazzi e le ragazze minori di 16 e 18 anni (compresi i genitori se i figli avevano meno di 6 anni), chi era strettamente imparentato con uno svizzero. Accanto ai militari, per i quali vigeva la Convenzione dell'Aia, ed ai civili accolti per motivi umanitari, vi era poi un'ultima categoria che riguardava i «rifugiati politici». Rientrava fra questi ultimi solo chi era « recherché personnellement dans sa patrie ou dans l'Etat d'où il vient, ou y est poursuivi de quelque autre maniere que ce soit » a causa delle proprie idee odella propria attività politica; ne rimanevano esclusi - precisava minuziosamente l’ordinanza - i « semplici » oppositori politici, chi si limitava a sfuggire il lavoro obbligatorio in Germania, coloro che « ont pris la fuite uniquement à raison de leur race » (37). L'ebreo in quanto tale non costituiva una « categoria »; poteva - se era fortunato - aggregarsi agli anziani, ai ragazzi, alle donne incinte, ma se era unicainente ebreo non veniva considerato in stato di pericolo.


Solo col lento passare dei mesi, via via che proseguiva l'avanzata degli Alleati (e che quindi le organizzazioni e le personalità elvetiche di ferma convinzione antifascista ed umanitaria acquistavano più seguito nel paese e più credibilità presso il governo), queste disposizioni vennero migliorate. In pratica i venti mesi della Repubblica di Salò possono essere divisi in tre periodi. «Nel primo periodo dell'occupazione tedesca in Italia - come scrive con estrema sincerità un rapporto ufficiale elvetico - non avevamo ritenuto che gli ebrei ivi residenti fossero veramente in pericolo, poiché essi avevano la possibilità di sfuggire ai provvedimenti presi dalle autorità di occupazione. Per questo essi vennero in un primo momento respinti, a meno che non si trattasse di personalità che avessero avuto un ruolo particolare in campo politico, economico o scientifico» (sembra quasi di essere di fronte al perfezionamento della selezione iniziata dai passatori). « Verso la fine del 1943 », e cioè dopo che il Manifesto di Verona aveva aperto formalmente la caccia all'ebreo, i posti frontalieri furono invitati ufficiosamente a non tenere conto delle norme ufficiali; la formula adottata rifletteva l'ufficiosità della nuova disposizione (« fu dato l’ordine di non respingere più i rifugiati ebrei se essi vi si opponevano e se non si poteva esigere da loro che prendessero la via del ritorno »), e nello stesso tempo teneva aperta la porta per un rapido ritorno alla normativa precedente (« nel caso di una vera e propria invasione, occorreva, però, riservarsi la possibilità di vietare temporaneamente questi ingressi »). Il terzo periodo è quello aperto dalle norme emanate il 12 luglio 1944; in base ad esse veniva allargata la definizione di rifugiato politico fino ad includere, anche se non esplicitamente, i perseguitati razziali: « les étrangers réellement menacés dans leur vie ou leur intégrité corporelle pour des raisons politiques ou autres, et qui, pour se soustraire à cette menace, n'ont que la possibilité de se réfugier en Suisse » (38).

I refoulements di ebrei quindi si concentrarono negli ultimi mesi del '43 e diminuirono rapidamente con l’inizio dell'inverno, fino a cessare del tutto durante la primavera del '44. Si è già detto che non si possono avanzare stime precise al riguardo: a pochi di essi è stata lasciata la possibilità di testimoniarlo (39), ed è inoltre probabile che la maggioranza dei respinti fosse composta da ebrei non italiani, originari dell'Europa balcanica e centroorientale. Non tutti coloro che vennero refoulés tuttavia rientrarono in Italia, ed i seguenti due episodi, oltre a completare il quadro generale qui tracciato, illustrano appunto le altre due strade che parte dei refoulés poterono o vollero seguire.


Da una parte va rilevato che non sempre i militari svizzeri si adeguarono alle disposizioni loro impartite. Per tornare al gruppo dei veneziani già più volte ricordato, quando essi, varcato il confine poco dopo il tramonto, nei pressi di Viggiù, si presentarono fiduciosi ed ansimanti al posto di frontiera svizzero: « ci hanno respinto e ci hanno intimato di rientrare in Italia, avvertendoci che nel caso noi non avessimo accettato di essere riaccompagnati alla rete con loro, ci avrebbero consegnato il giorno dopo ai tedeschi a Chiasso. Durante il cammino verso la rete, con la scorta Svizzera, uno della scorta si è mosso a compassione e ci ha detto di provare a ripassare la rete un'ora o due dopo, quando suonava la mezzanotte, perché lui sarebbe stato lì di guardia. Siamo ripassati in Italia, siamo rimasti lì il tempo di far arrivare la mezzanotte, e poi abbiamo ripassato la rete. E abbiamo trovato questo soldato svizzero il quale ci ha consigliato di addentrarci il più possibile nella Confederazione ». Così, raggiunta Lugano e messisi in contatto con la rete di solidarietà che vi operava, si trattò solo di attendere il tempo necessario per trovare il funzionario in grado di mutare la prima risposta e concedere l'asilo richiesto (40).


Il secondo episodio è narrato invece da un rifugiato accolto nella Confederazione il 29 novembre 1943, pochi giorni prima cioè che terminasse il primo dei tre periodi sopra ricordati. Erano in nove i profughi che la sera prima si erano presentati alla dogana Svizzera di Fornasette, tutti ebrei meno il narratore; il capoposto era stato chiaro: avrebbe interpellato i superiori, ma nessun dubbio che essi avrebbero risposto « nulla da fare, ritorno in Italia »; i fuggitivi avevano comunque preferito passare la notte nella casermetta, aggrappandosi letteralmente ad un ultimo filo di speranza, ed infatti per due di essi la mattina dopo giunse una risposta positiva: potevano entrare. Ma non furono in sette a dover ripassare il confine e riprendere le loro precedenti traversie: durante la notte una coppia di ebrei jugoslavi aveva intuito che per loro la risposta non sarebbe mutata, e si era addormentata accanto a due tubetti di morfina, vuoti (41).




NOTE


(1) E. CONSOLO, La Glass e Cross attraverso le Alpi, Torino, Teca, 1965, p. 17.


(2) Le cifre indicate nel testo sono riprese o rielaborate da quelle indicate in A. BOLZANI -(Si tratta dell'ufficiale svizzero incaricato di sorvegliare l'afflusso dei profughi nel Ticino), Oltre la rete, Milano, Società Editrice Nazionale, 1946, pp. 263-266; C. LUDWIG, La politique pratiquée par la Suisse à l'égard des refugiés au cours des années 1933 à 1955 (Rapport adressé au Conseil fédéral), in La politique pratiquée par la Suisse à l'égard des refugiés de 1933 à nos jours, s.l., s.d. (ma Berne, 1957), pp. 1-359 (cfr. pp. 303-304). Bolzani non ha potuto evidentemente utilizzare i dati ufficiali definitivi forniti appunto da Ludwig, ma le discrepanze sono talmente piccole (il numero complessivo dei rifugiati nella Confederazione è di 293.773 per il primo e di 295.381 per il secondo) che si è ritenuto di poter tranquillamente mescolare, per l'elaborazione delle stime finali, le cifre parziali dei due autori. I due testi, pur nella loro diversità sono da considerarsi basi indispensabili per ogni ricerca su queste vicende, assieme a E. BONJOUR, Histoire de la neutralité suisse, Neuchâtel, la Baconnière, 1971, v. V pp. 273-294 e v. VI pp. 9-66; e — per quanto riguarda gli ebrei — all'attenta ricerca di A.A. HÄSLER, La Suisse, Terre d'Asile?, Lausanne, Rencontre, 1971. Infine L. MYSYROWICZ e J.C. FAVEZ hanno recentemente pubblicato alcuni primi risultati della loro ricerca su questi argomenti in Le Refuge, in « Revue d'histoire de la deuxième guerre mondiale», a. 31, n. 121, gennaio 1981 (tutti i contributi del fascicolo sono dedicati, come dice lo stesso titolo di copertina, a La Suisse pendant la guerre).


(3) L. PICCIOTTO FARGION, Sul contributo di ebrei alla Resistenza italiana, in « La Rassegna mensile di Israel», marzo-aprile 1980, p. 144. La quarta potenziale alternativa, la fuga nelle regioni liberate dagli Alleati, si presentava, data la concentrazione degli ebrei nella metà settentrionale d'Italia, ancora più irrealistica; ed anche quando la linea del fronte divenne più vicina del confine svizzero, i pericoli connessi all'attraversamento di quella (o alla fuga in barca sull'Adriatico) sconsigliarono i più dal tentare l'impresa.


(4) Cfr. Delegazione di Lugano del CLNAI, Relazione al governo di Roma, 30 novembre 1944. L'importante documento è conservato in Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia, ACLNAI, b 3, fasc. 1/b; ed è stato pubblicato integralmente in E. CAMURANI (a cura di) «L'Italia e il Secondo Risorgimento» (Atti e Documenti del PLI, v. VII), Bologna, Forni, 1969, pp. XIX-XX; e - ad eccezione di pochi allegati - in G. BIANCHI, Neutralismo elvetico (1814-1944) (Collana di studi della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste), Milano, 1974, pp. 146 e sgg.


(5) Cf r. A. BOLZANI, op cit., p. 264.


(6) Forse fra questi ultimi vi era anche G.A., rifugiatasi nel 1942 dalla Bosnia a Spalato, e la cui lettera scritta nell'ottobre di quell'anno al Ministero degli Interni italiano è una eloquente testimonianza delle drammatiche situazioni vissute da quelle comunità israelitiche: « Dopo quanto ha conosciuto di altamente umano e civile negli ordinamenti del Regime Fascista, apportatore di fede, ordine e pace, di benessere alle popolazioni; [la sottoscritta chiede di poter far crescere i propri figli,....] nel clima della Grande Italia, alla quale vanno le benedizioni di centinaia di migliaia di esseri umani salvati dalla distruzione bestiale grazie al nobile intervento delle truppe italiane; [...e pertanto domanda di] essere trasferita nell'interno del Regno d'Italia ». (Archivio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea - CDEC - ,DELASEM, bob 3). Non passeranno nemmeno dodici mesi e, qualsiasi sia stata la risposta del Ministero, la profuga bosniaca dovrà cercare un altro Stato al quale chiedere umilmente il permesso di vivere e di crescere i propri figli.


(7) A proposito del numero degli ebrei passati in Svizzera va ricordata una terza fonte, meno attendibile sul piano strettamente numerico, ma certamente importante nella sua qualità di documento storico. Si tratta di Die lage der Juden in Italien, dattiloscritto redatto dal Comité pour l'assistance à la population juive frappée par la guerre, privo di altre indicazioni, ma elaborato fra il gennaio ed il maggio 1944: « Circa la quantità degli ebrei che [dall'Italia] si rifugiarono in Svizzera si può stimare da 5.000 a 7.000. Si tratta esclusivamente [?] di ebrei residenti nelle provincie Nord-italiane .(Milano, Como, Varese, Novara, Torino, Bergamo, Verona, Padova, Venezia, ecc.). (Archivio CDEC, 8, A-1. Si è qui citata la traduzione italiana conservata assieme all'originale).

Sfuggono a questi calcoli gli ebrei entrati quali militari (ovviamente si trattava di partigiani sconfitti - gli ossolani ad esempio -). Da una parte però il loro numero fu assai esiguo (complessivamente gli ebrei partigiani furono circa un migliaio - cfr. L. PICCIOTTO FARGION, op. cit., p. 134 - , una cifra che acquista. rilevanza solo se rapportata a quella complessiva dei pochi ebrei italiani), e dall'altra comunque, trattandosi perlopiù di espatri compiuti assieme all'intera banda o ai resti di essa, sarebbe errato creare una distinzione che scarso peso ebbe nella stessa coscienza dei protagonisti.


(8) Cfr. G. DONATI, Persecuzione e deportazione degli ebrei dall'Italia durante la dominazione nazifascista, in Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (a cura di), Ebrei in Italia: deportazione, Resistenza, Firenze, 1974, p. 32.


(9) «Circa un quinto della popolazione ebraica in Italia è stato eliminato dai nazisti nel quadro della 'Endlösung der Judenfrage'» (ibidem).


(10) Per gran parte di questi nomi cfr. il capitolo Centoottantacinque nomi, in A. BOLZANI, op. cit. Per quanto riguarda in particolare i rifugiati democratico-cristiani e liberali (e le loro iniziative in terra elvetica) cfr. rispettivamente R. BROGGINI, I rifugiati italiani in Svizzera e il foglio «Libertà » Roma, ed. Cinque Lune, 1979; e E. SIGNORI, I rifugiati italiani di orientamento liberale nel Canton Ticino dal 1943 al 1945,, in « Critica Storica », a. XIV, n. 4 (dicembre 1977). Tornando ai profughi ebrei va segnalata la pubblicazione nel 1944 (è difficile però individuare il mese in cui essa avvenne), ad opera dell'Italian Jewish Representative Committee di New York, di una Distinta degli ebrei emigrati dall'Italia dopo il luglio 1943 e rifugiatisi sia nella Svizzera che nell'Italia Meridionale. L'opuscolo, compilato « in base alle notizie pervenute a tutt'oggi da diverse fonti », costituì un'intelligente iniziativa (vi sono elencati circa 2.300 e 150 nomi per le due zone di salvezza) tesa a contrastare il tragico caos di informazioni di quei tempi (in: Archivio CDEC, 8, A-1).


(11) Cfr. A. BOLZANI, Op. cit., p. 44.


(12) F. LANFRANCHI, La resa degli ottocentomi1a, Milano, Rizzoli, 1948, p. 52.


(13) Cfr. A. BOLZANI, op. cit., pp. 47-48.


(14) ibidem, pp. 45-46.


(15) Testimonianza di Cesare Vivante, rilasciata all'autore, Venezia 1978.


(16) Cosi la ricordò un giornale partigiano: «Noi l'abbiamo conosciuta in un suo viaggio in Lombardia per accompagnare al sicuro una famiglia ebrea e altre persone perseguitate dai nazifascisti. Non dimenticheremo il suo disinvolto fare e il franco sorriso, la sicurezza nelle azioni anche più arrischiate e la dedizione assoluta» « Il Ribelle », Brescia, 25 marzo 1945).


(17) Eugenio Artom, Relazione al Consiglio di Amministrazione della Comunità israelitica di Firenze, 10 maggio 1945; in Archivio CDEC, 13-B (la sottolineatura è mia).


(18) Lettera di Gianfranco Sarfatti ai genitori, Firenze 6 febbraio 1944; in possesso dell'autore.


(19) Testimonianza di Daniel Vogelmann, in G. Donati, op. cit., p. 39.


(20) F. LANFRANCHI, op. cit., pp. 52-53.


(21) C. VIVANTE, test cit.


(22) Cfr. G. MAYDA, Ebrei sotto Salò, Milano, Feltrinelli, 1978, p. 158.


(23) ibidem. Sempre riguardo ai passaggi in Svizzera Mayda parla di tariffe di «2.000 lire a persona e, qualche volta, di più ancora )»: come si è detto in realtà molte tariffe furono di gran lunga più elevate, la cifra qui indicata va quindi considerata come una fortunata eccezione, o forse come quella richiesta nelle prime settimane dell'occupazione tedesca.


(24) La documentazione è conservata in Archivio CDEC, 9-1. In base ad essa I'Unione delle Comunità conferì, il 17 aprile 1955, per celebrare il decennale delle Liberazione, 23 medaglie di riconoscenza ai protagonisti delle vicende che sembrarono in qualche modo rappresentare le centinaia di episodi segnalati (cfr. « Israel », 21 aprile 1955). Anche l'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme, in base ad una legge del 1953, ha preso un'iniziativa simile - il riconoscimento di «giusto)» -, tutt'ora in fase di svolgimento (sino al marzo del 1979 ne erano stati insigniti 51 italiani). Ma la formula adottata (quella dei riconoscimenti individuali, non simbolici, concessi lentamente nel corso degli anni, basati su ricerche condotte senz'altro con correttezza ed onestà ma sottratte di fatto al loro «giudice naturale » - l'Italia e le sue organizzazioni ebraiche ed antifasciste -) è quantomeno poco felice (sui «Righteous amog the nations 1939-1945 » cfr. M. Gilbert, The Holocaust, London, Board of Deputies of British Jews, 1978, p. 50; cfr. inoltre i documenti conservati in Archivio CDEC 9-1).


(25) Da una Attestazione rilasciata a Berna il 20 marzo 1949 dal Dipartimento federale di giustizia e polizia-Divisione della polizia. Stando ad un'altra Attestazione, rilasciata il 28 agosto 1945 dall'ufficio di Varese del Headquarters Allied Military Government, le due cifre sarebbero rispettivamente di 1.550 e di 1.230; la maggior distanza di tempo trascorsa sembra però deporre a favore del primo documento (i documenti sono conservati in Archivio CDEC, 8 B).


(26) Comando Provinciale di Varese della Guardia Nazionale Repubblicana, al Comando Generale della stessa, 20 agosto 1944; in Archivio CDEC 8 B. Sulla banda Lazzarini ed i suoi collegamenti con l'OSCAR (« Oganizzazione Soccorso Cattolico agli Antifascisti Ricercati ») cfr.: Dalla Resistenza, a cura di G. Bianchi, Provincia di Milano, 1975, pp. 119-120.


(27) Al di là delle polemiche sul comportamento della dirigenza ebraica nell'estate del '43, resta comunque il fatto che dodici mesi dopo, anche chi si trovava già nella Confederazione elvetica, e da lì - con molta più libertà di azione - seguitava ad organizzare questi passaggi, non poteva far altro che pagare 450.000 per l'espatrio di quindici ebrei (cfr. vari documenti e relazioni in Archivio CDEC, 8 B, fondo Canarutto).


(28) A. BOLZANI, op. cit., pp. 48-49 (la sottolineatura è mia; Paolo era il norne di battaglia di Leo Valiani).


(29) F. PARRI, La Svizzera e la resistenza italiana, in « Svizzera Italiana », Locarno, a VII, n. 6 (dicembre 1947), pp. 404, 409 (la sottolineatura è mia).


(30) A. KRIEGEL, Résistants communistes et juifs persécutés, in « Histoire », Parigi, n 3 (novembre 1979), p. 111 (si tratta del testo della comunicazione da lei presentata al Colloquio parigino del marzo 1979 su L'Etat les Eglises et les Mouvements de Résistance devant la persécution des Juifs en France pendant la seconde guerre mondiale. Un succinto compterendio del Colloquio è in «Le monde Juif», revue du Centre de Documentation Juive Contemporaine, a 35, n 93, gennaio-marzo 1979).

Una delle rare eccezioni (forse, secondo Steinberg, l'unica eccezione in Europa occidentale) a quanto osserva la Kriegel è rappresentata dalla vicenda degli ebrei rinchiusi nel campo di Servigliano, nelle Marche: venuta a conoscenza della loro imminente deportazione, la banda partigiana di Vito Volterra, appoggiata da un apposito bombardamento alleato, penetra nel campo, libera gli internati, e li affida poi ai CLN provinciali di Ascoli Piceno e Macerata. (Cfr. L. STEINBERG, La revolte des justes, Parigi, Fayard, 1970, pp. 131-135; e Archivio CDEC, 4-A).

(31) A. A. HÄSLER, op. cit., p. 395


(32) L'edizione originale in lingua tedesca del libro di Häsler ha per titolo Das Boot ist voll (la barca, quella 'scialuppa di salvataggio' che era la Svizzera di quegli anni, è piena). L'espressione è ripresa da discorsi e documenti ufficiali dell'epoca, ed è sin troppo chiaro con quale significato venisse adoperata. Nel febbraio di quest'anno il regista Markus Imhoof ha presentato al XXXI Festival di Berlino un film avente lo stesso titolo, e centrato appunto sulle vicende di un gruppo di ebrei tedeschi refoulés nella Germania nazista. L'opera è stata definita di «primissimo ordine » e con interpreti «uno più bravo dell'altro» (Tullio Kezich, « La Repubblica», 24-2-1981), ed è da augurarsi che queste sue caratteristiche bastino a rimuovere i prevedibili boicottaggi che i distributori riservano a questo genere di film.


(33) I dati relativi al 1930, al 1941 ed al 1950 indicano che la popolazione ebraica svizzera (esclusi i rifugiati) si aggirava intorno alle 9-10.000 unità, e cioè tra il 4 ed il 4,6 per mille dell'intera popolazione elvetica. Gli ebrei accolti nella Confederazione durante la guerra furono 28.242 su un totale di 64.927 rifugiati civili (nelle altre categorie - i militari, i bambini, i frontalieri... - la loro presenza fu quasi nulla). (Cfr. C. LUDWIG, op. cit., pp. 47, 303).

L'antisemitismo degli svizzeri negli anni '30 e '40 non era sostanzialmente diverso da quello che, in forme sempre differenti, animava governi e fasce di opinione pubblica negli altri stati europei ed americani. Ma va ricordato altresì che la Confederazione elvetica fu uno di quegli stati nei quali il ritardo con cui si arrivò all'emancipazione giuridica degli ebrei (dispiegatasi lentamente tra il 1856 ed il 1874) permise la saldatura fra il vecchio antigiudaismo ed il nuovo antisemitismo. Ed a questo proposito è interessante notare che una delle rare occasioni in cui nei congressi dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori si parlò di ebrei, fu quando al congresso di Bruxelles del settembre 1868 i delegati ginevrini, avvertendo gli altri congressisti che rispetto alle monarchie allora imperanti in Europa «il governo repubblicano non necessariamente rende i cittadini uguali» e che lo stesso popolo della antica repubblica elvetica non era poi molto «più progredito che nei paesi monarchici», ricordavano tra l'altro: « Non abbiamo forse visto ultimamente la popolazione dei piccoli cantoni fare grandi sforzi per mantenere la pena della bastonatura e l'interdizione agli israeliti di risiedere sui loro territori? » (La première Internationale. Recueil de documents, publiés sous la direction de J. Freymond, Genève, Droz, 1962, t.1., p. 326).


(34) Cfr. A.A. HÄSLER, op. cit., p. 395.


(35) Cfr. i già citati lavori di Ludwig e Hasler.


(36) Pur non rientrando nell'ambito di questo studio sembra interessante riportare quanto è scritto nel già ricordato rapporto Ludwig a proposito dell'estate del '38 in Italia: ,«Il tono sempre più violento della stampa italiana e la prospettiva di misure ufficiali indussero migliaia e migliaia di emigranti austriaci d'origine israelita a chiedere alla delegazione svizzera a Roma, e soprattutto ai vari consolati, il visto necessario per entrare in Svizzera. [ ... ] Nel giro di alcune settimane, i consolati avevano rilasciato circa 3.000 visti, cosicché parecchi cantoni inviarono delle proteste alla divisione della polizia. Quest'ultima si vide indotta ad impartire, il 6 agosto 1938, ai consolati svizzeri in Italia l'ordine di non rilasciare più visti, neppure quelli di transito. Alcuni emigranti austriaci riuscirono a superare questo ostacolo facendosi rilasciare in Italia dei passaporti tedeschi, non sottoposti alla formalità del visto. In questo modo un gran numero di rifugiati entrò illegalmente in Svizzera dalla frontiera meridionale». (Op. cit., pp. 71-72).

Per quanto riguarda il periodo precedente l'8 settembre, un altro episodio merita quantomeno di essere segnalato. Fra il '42 ed il '43 numerosi ebrei, provenienti dalla Francia di Vichy o da quella sotto occupazione tedesca, tentarono di attraversare il confine che portava in Svizzera. Molti di essi vennero refoulés, e tornati sui loro passi, ebbero la sopresa di trovare nelle zone francesi sotto occupazione italiana quel minimo di protezione che gli svizzeri avevano loro negato. Nacque così ad esempio il campo di Saint-Gervais, nell'Alta Savoia; popolato, fino all'8 settembre, da diverse centinaia di ebrei, luogo di asilo per i refoulés e punto di ritrovo per coloro ancora in attesa di tentare il passaggio. Cfr. M. Lewi, Histoire d'une communauté juive: Roanne, Roanne, Horvath, 1976, p. 53; ed ora M.R. Marrus e R.O. Paxton, Vichy et les Juifs, Parigi, Calmann-Lévy, 1981, p. 294. Sui passaggi dalla Savoia in Svizzera (le tariffe si aggiravano sui 3.000/8.000 franchi francesi ed i vari aspetti dell'intera vicenda - se si eccettua un ben maggiore impegno organizzativo del vasto ebraismo francese - erano assai simili a quelli qui descritti per il confine italo-elvetico) cfr. idem, pp. 284-5, e Activé des organisations juives en France sous l'occupation, Parigi, Centre de Documentation Juive Contemporaine, 1947, pp. 95, 166-169.


(37) Idem, pp. 216-219, 246.


(38) Idem, pp. 255-256, 279 (la sottolineatura è mia).


(39) Su un gruppo di ebrei ferraresi giunti alla frontiera nell'autunno del 1943, ma respinti dalle guardie di frontiera svizzere ed in seguito arrestati dai repubblichini ed inviati prima a Fossoli e poi al tragico destino di Auschwitz cfr. la testimonianza di Eugenio Ravenna in Il coro della guerra, venti storie parlate raccolte da A. Pacifici e R. Macrelli, a cura di A. Gatto, Bari, Laterza, 1963, pp. 79 e sgg.


(40) C. VIVANTE, test. cit. Era proprio per evitare queste situazioni che, a partire dal dicembre 1942, ai profughi che dovevano essere refoulés era stato formalmente vietato di « entrer en relation, directement ou indirectement (notamment par téléphone), avec des tiers (parents, connaissances, avocats, légations, consulats, organisations d'aide aux réfugiés, etc.)» (C. LUDWIG, op. cit., p. 216). Su aiuti di questo tipo, prestati da singoli o da organizzazioni, cfr., oltre al libro di Hasler, Union Suisse d'Aide aux Réfugiés Juifs, Dix années d'activité de l'Aide juive aux réfugiés en Suisse. 1933-1945, Zurich, marzo 1944 (sull'Italia del '43 cfr. in particolare pp. 56-57).


(41) Cfr. A. LANOCITA, op. cit., pp. 25-30.



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