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Introduzione storica

Indice Italia-Svizzera


Il seguente diario è stato tratto da:

Eleonora Maria Smolensky - Vera Vigevani Jarach, Tante voci, una storia. Italiani ebrei in Argentina 1938-1948, a cura di Giovanni Iannettone, Bologna, Società editrice il Mulino, 1998, pp.298-310.


[...]

Salvatore Segre, Milano, 1882-1948.


Salvatore Segre registrò su un quaderno quadrettato gli avvenimenti precedenti all'arrivo dei tedeschi a Milano, il suo luogo di residenza abituale, e poi a Stresa, dove possedeva una villa sul lago. Sua moglie Wanda morì a Milano il 3 novembre del 1942 e i suoi due figli, Lidia e Giacomo, emigrarono a Buenos Aires e a New York, rispettivamente, nel 1939.


Sua figlia ci ha consegnato il testo originale, del quale presentiamo una versione abbreviata, affinché le gesta delle numerosissime persone che si esposero ad infiniti rischi per salvare la vita di suo padre trascendano le pagine di un quaderno e l'ambito familiare.



Il diario


1942


A fine maggio ci trasferiamo con Wanda a Stresa, malgrado che voci insistenti facciano temere di non potervi soggiornare per l'estate, essendo nuovamente compresa fra le stazioni di lusso vietate agli ebrei. Il mese di giugno passa discretamente.


In luglio, un decreto vieta agli ebrei di soggiornare a Stresa. Presento una istanza al Ministero ed una alla Questura di Milano, che la trasmette a quella di Novara che risponde negativamente: malgrado l'appoggio delle autorità del comune di Stresa. Il Dr. Virzi. si fa consegnare l'ordine della Questura di Novara e dimentica di eseguirlo. Il 12 partiamo per Milano.


Sabato 24 ottobre, grave bombardamento verso le 18, senza allarme tempestivo. Wanda non si spaventa eccessivamente malgrado senta urla in strada della gente sorpresa dai grossi quadrimotori che vediamo per la prima volta nel cielo di Milano, e scosse d'aria dovute alla caduta delle bombe sul carcere di San Vittore. Gianna 1 sale all'ultimo piano e vede numerosissimi incendi nella periferia.


Domenica 8 novembre. Allarme alle 12. Alle 14 viene da me Giacomo, spaventatissimo. Tutti gli amici sono sfollati e sarebbe imprudente rimanere a Milano, non vogliono però allontanarsi senza di me. Decidiamo di partire per Stresa il giorno seguente. Allestiamo in fretta sette bauli con i migliori indumenti.


Il lunedì, allarme alle 13. I Rombolotti partono alle 15 per Stresa ed io li raggiungo più tardi. Passiamo la notte in villa: ma causa il freddo, il giorno dopo i miei ospiti si sistemano nell'albergo Milano. Incomincia la affannosa ricerca di mezzi di trasporto per sfollare il mobilio migliore, ed altri 7 bauli di roba. Riesco a fare due trasporti costosissimi prima di Natale. In gennaio altro trasporto. Ai primi di febbraio passo una settimana a Torino ed ho una visione così terrificante che decido di vuotare completamente l'appartamento di Milano.


1943


Permane il divieto di sfollamento per gli ebrei. Faccio ottenere le tessere di razionamento per il personale a Stresa ed io figuro residente a Milano con brevi soggiorni al lago. Il Segretario rende valida la mia tessera del pane. L'inverno passa discretamente col prezioso appoggio degli ottimi Rombolotti, dei vicini Passardi e di tutti i buoni amici di Stresa.


Un giorno del mese di giugno, a Milano, il mio piede destro si gonfia terribilimente e temo un attacco di gotta.


La sera della domenica 25 luglio sono in casa Passardi. La signora Rota insiste perché provi Radio Roma delle 23 per alcuni disturbi nella trasmissione, ascoltiamo così la notizia della caduta di Mussolini. Confermataci subito dopo da una chiamata dell'albergo Milano! Entusiasmo enorme... e mia pena indicibile per non poter condividere l'allegria con Wanda!


Bombardamenti dell'agosto e mie visite al cimitero. Vengo rassicurato da un padre cappuccino e da Luigi che mi fa entrare di nascosto. Constato solo la rottura di altri vetri e del vaso di marmo. Il 7 settembre lo riparo alla meglio ed è la mia ultima visita!


8 settembre. Alle 17 arriva Pina trafelata da Stresa portando la notizia dell'armistizio che a me fa una impressione di pena e di spavento. Nei giorni successivi giungono notizie sull'arrivo dei tedeschi a Milano e non posso più recarmici. Nei giorni successivi arrivano notizie allarmanti sulla situazione a Milano ed arriva nella zona del Lago Maggiore e dell'Ossola una divisione di S.S.


Il mercoledì 15, Gianna va a Milano e Giacomo viene a colazione in villa. Già nel giorni precedenti avevamo parlato della opportunità di un mio allontanamento da Stresa, rifugiandomi a Milano nel loro appartamento e saltuariamente presso Martello e Virzi: non potendo io recarmi nelle mie cascine ove sono troppo conosciuto.


In mattinata avevo parlato di questo argomento coll'avvocato Massarani, che non era molto convinto! Alle 17 proviamo la radio che non funziona più. La faccio portare da Umberto a Prini, seguendolo poi in bicicletta. Incontro la signora Ottolenghi e mi racconta come una signora sia giunta all'albergo di Baveno descrivendo le atrocità gia commesse dalle S.S. sulla famiglia Sermann, e su due signore ebree arrestate mentre erano dal parrucchiere. Incontro pure l'Ing. Levi: dice che pare non molestino le persone sopra ai 60 anni! Ma chi si fida?


Giacomo insiste perché vada nel loro appartamento, ove mi accompagnerebbero per parlare al portinaio fidato. Rimane la difficoltà del vitto perché dovrei andare in trattoria in un rione ove avrei molta probabilità di essere riconosciuto!


L'amico Tonino2 è gia al corrente della situazione e mi consiglia di fuggire, ma non nelle mie cascine. Mi invita a recarmi a casa sua l'indomani mattina alle 7 per prendere accordi. Il Sig. Giannoni, che rientra da Milano, racconta dell'arresto ad Arona di sette persone, fra cui i Cantoni. A Meina, di dodici persone fra cui molti stranieri. Insiste perché io fugga al più presto perché si prevede che le S.S. arrivino domattina a Stresa. Telefono subito a Tonino. Mi risponde che sa già quanto gli voglio dire e mi invita a trovarmi domattina alle 6 davanti alla sua villa per partire alle 6.30 con sua moglie che mi porterà al sicuro. Incomincio i preparativi e ultimo nella notte dando a tutti istruzioni.


Giovedì 16 settembre. Ci incontriamo alle 6 davanti alla Sua villa e Tonino mi offre ospitalità in una sua cascina nel Novarese, ove sono persone di assoluta fiducia. Mi mostra in stazione la sua signora, ma posso avvicinarla soltanto in Novara. Con la corriera delle 12.20 giungiamo a Biandrate alla una e poi a piedi a Recetto alle 2 ove sono accolto molto cordialmente dall'ottimo Tonino e dalla sua famiglia. Vengo ospitato in una grandissima camera (6 x 9) con doppio passaggio. Vi ho trascorso quasi tre mesi in affettuosa compagnia, relativamente tranquillo. In principio facevo qualche gita in bicicletta a Biandrate e Novara ma dovetti poi diradare per timore di esservi visto da qualche stresino. Tanto più che a Stresa si era sparsa la voce che ero riparato in Svizzera ove un signore di Baveno assicurava di avermi visto. Diceria, naturalmente confermata da tutti i miei cari.


A fine settembre mi faccio visitare all'ospedale di Novara dal Prof. Ferrero. Trova il piede dolente e fa uscire parecchio pus, raccomandandomi di continuare con i bagni caldi. Malgrado questi, devo ricorrere il 6 novembre al Dott. Cerri che mi libera, con una incisione, del pus nuovamente formatosi. Mi propone di ospitarmi in casa sua in caso di bisogno, facendomi operare da Ferrero o da un suo assistente. Cosa però che Tonino sconsiglia per ragioni di sicurezza.


La vita a Recetto è tranquilla ma la radio ci porta notizie sempre più allarmanti: i Rombolotti insistono perché io pensi seriamente ad un espatrio e provvedono i mezzi necessari per poterlo effettuare se sarà necessario.


Il 1º dicembre non ricevo il Corriere: lo vedo il mattino del 2 sul tavolo della trattoria ove acquisto il biglietto per la corriera e porta l'ordine di arresto di tutti gli ebrei! In un lungo colloquio a Novara prendiamo accordi e consegno tutte le istruzioni scritte per la sistemazione delle varie pratiche mie e dei miei cari.


Stabiliamo la partenza per il giorno successivo e rientro a Recetto la sera, con l'auto dei Dr. Cerri.


8 dicembre. Preparo la mia valigia ed il sacco da montagna avvolto in carta. Al mattino consegno a Tonino tutte le istruzioni scritte riguardanti le cascine e lui mi consegna una grossa somma, anticipata dai contadini che hanno in affitto le mie terre di Vercelli. Gli consegno pure una busta contenente il mio testamento (altra copia è a mani di Emilio) e un doppio elenco descrittivo delle gioie di Wanda e mi promette di conservarle presso di sé.


Con grande commozione di tutti quegli ottimi amici, parto verso le 7 per Varese col buon Rinaldo (e la Nina) su una carriola. Per via ci raggiunge Tonino in bicicletta, che va a prelevare la signorina Caccia. Ci ritroviamo alle 14,30 alla stazione di Varese e mi accompagnano alla villa Azzimonti, ove ci lasciamo con le lagrime agli occhi. Quando rivedrò il buon Tonino, che mi è stato amico fedele, devoto e intelligentissimo?


Vengo accolto molto affettuosamente dal cav. Alberto, dalla signora, dal figlio Italo e dalla nuora con una deliziosa bimba di 3 anni il cui babbo, capitano, è disperso dalla presa della Corsica.


Dopo un ottimo the aspettiamo per pranzo la signora Leoni che si è occupata del mio espatrio che arriva verso le 20. Conferma che la sera di sabato 11 verrà chiusa definitivamente la frontiera da parte Svizzera e quindi conviene accelerare. Per quanto spiacente, decido quindi di varcare la frontiera la sera dopo, venerdì 10. La signora Leoni si incarica di far passare da Chiasso una mia lettera per l'avvocato Boeri che è a Lugano e fa parte della commissione di accettazione, e lo prego di segnalare il mio arrivo al posto di dogana di Stabio. La lettera è passata effettivamente ma è pervenuta disgraziatamente a Boeri soltanto nella giornata di sabato! E nulla ha potuto fare per me!


9 dicembre. La signora Leoni parte alle 6 con Italo per incontrare la guida e prendere gli ultimi accordi.


Verso le 10 arrivano Gianna e Giacomo e Umberto con una grossa valigia e nel pomeriggio faccio lo smistamento definitivo della mia roba. Nel frattempo era rientrato Italo riferendo di aver combinato con la guida ed il fratello per il venerdì sera alle 18 da Cantello. Il fratello dovrebbe accompagnarmi oltre la rete e mettermi sulla buona strada mediante aumentato compenso. La signora Leoni chiede ad un amico, il Dr. Zenconi, di accompagnarmi con la sua macchina a Cantello per evitarmi la lunga salita: ed è stato provvidenziale questo risparmio di energia. Passo la giornata di venerdì presso gli ottimi Azzimonti che mi presentano ai loro amici, quale l'ing. Sergio Salvi, di Milano, e verso le 16 parto in macchina per Cantello. Al bivio della cappelletta troviamo Italo che mi accompagna in una osteria fidata e conta fermarsi la sera a Cantello per avere notizie del mio passaggio. Alle 17 viene la guida e ci informa che potrò passare alle 18 e ritorna col fratello a prelevarmi. È quasi buio e vi è nebbia. Dopo aver percorso un pezzo di strada ci inoltriamo nel bosco e ci fermiamo in un primo posto ove mi fanno nascondere. I due ritornano poco dopo dicendo che occorre spostarsi più in basso a seguito delle notizie ricevute. Ritorniamo sui nostri passi e risaliamo più a sinistra: altra attesa mentre uno dei due si avvicina alla rete. Sento il rumore del taglio dei fili e subito mi fanno avanzare scaraventandomi attraverso il piccolo taglio con i miei bagagli e... piantandomi in asso! Mi avevano detto di proseguire per una cinquantina di metri a sinistra parallelamente alla rete ed avrei trovato un sentiero che mi avrebbe condotto a Stabio. Mi trovo su un forte pendio in mezzo a un boschetto di robinie spinose, e sento in basso rumore di acqua che scorre. Dopo aver percorso un certo tratto, vedo un ponticello di pietra su un sentiero e spero sia quello indicatomi. Faccio per avvicinarmi e... sento rumore di campanelli perché avevo nuovamente incappato nella rete. Decido allora di allontanarmi e scendo verso il torrentello. Con piccoli sprazzi della mia lampadina trovo un punto guadabile e lo attraverso dopo aver buttato al di là la mia valigia, il sacco da montagna e l'ombrello.


Risalgo il versante opposto, pure di robinie, e trovo finalmente un sentiero con carreggiate marcate che dovrebbe quindi portare ad un paese, e mi avvio. Dopo circa tre quarti d'ora vengo fermato da soldati svizzeri che mi accompagnano al posto di Stabio. Il gendarme che mi riceve mi fa agghiacciare il sangue dicendo che è ben difficile che io possa rimanere. Chiedo in ogni modo di parlare con un ufficiale e vanno a chiamarlo. Mi conferma purtroppo che non mi può accogliere perché da alcuni giorni ha ordine tassativo di lasciare entrare solo cittadini svizzeri, non essendovi più posto per la quarantena. Gli mostro i miei documenti, i fondi che ho con me, dico che potrei fare la quarantena presso conoscenti svizzeri e chiedo se non è venuta alcuna segnalazione (la Boeri. Chiedo di telefonargli ma non è possibile. Chiedo che mi arresti: ma si rifiuta perché dovrebbe poi consegnarmi alle guardie italiane di confine. Mi consiglia di ritornare e mi farà accompagnare da un gendarme e da un soldato ad un punto vicino della rete e di facile passaggio. Non mi resta altra via e dopo un quarto d'ora di riposo, e in tino stato d'animo facilmente immaginabile al pensiero di dover rifare da solo la lunga strada in una zona sconosciuta, col terrore delle pattuglie italiane e di quelle tedesche munite di cani, mi metto in cammino. Con soli dieci minuti di strada mi portano vicino ad un torrente secco: ascoltano se non si sentano pattuglie e mi fanno scendere nel letto del torrente scostando la rete che è semplicemente appoggiata ad un ponticello di pietra. Il gendarme mi indica la direzione da tenere, e mi dice che troverò un sentiero che mi porterà al paese di Bissarone ad un'ora di distanza. Saranno circa le 8 e penso che alle 10 circolano le pattuglie speciali tedesche del coprifuoco!


Nel risalire l'altra sponda e nel sollevare i miei due bagagli mi accorgo di essere stanco per lo sforzo fisico già fatto e le forti emozioni provate! Trovo un piccolo sentiero, e lo seguo sperando sia quello indicatomi dal gendarme. Dopo un centinaio di metri trovo una garitta e capisco così di essere sul sentiero di ronda delle pattuglie!


Decido di allontanarmi perpendicolarmente e di risalire una scarpata piuttosto ripida nella speranza di trovare un altipiano dove potermi meglio nascondere. Inizio così una salita faticosissima fra acacie spinose e liane che mi impediscono di avanzare, e che devo strappare quasi ad ogni passo con un coltello che per fortuna avevo preso meco. La valigia è pesante, il sacco mi sfugge e rotola costringendomi a discendere spesso per riprenderlo. Butto l'ombrello che mi è troppo d'impiccio. A metà costa sento abbaiare un cane: mi butto a terra per cinque minuti per eliminare il rumore dei miei passi e dei rami spaccati! Quante idee nere in quei momenti!


Ritornato il silenzio mi alzo a fatica e riprendo la salita sempre più faticosa, arrivando finalmente ad un altipiano ove trovo un sentiero ben tracciato, che seguo in salita. Ma sono tanto esausto che debbo fermarmi ogni dieci passi non avendo più la forza di trascinare il bagaglio. Devono essere quasi le 10 . Dopo un'altra mezz'ora medito di nascondermi in un cespuglio e di passarvi la notte: decido di spingermi prima fino ad una svolta del sentiero. Qui giunto a fatica, vedo profilarsi il tetto di una chiesa e spero così di essere vicino ad un paese. Dopo un'altra mezz'ora arrivo al cimitero di Bissarone ed alle tre prime case. Dalla prima cui busso non ottengo neppure risposta. Nella seconda non vogliono accogliermi! Per un sentiero laterale, arrivo nel cortile di una cascina: busso ad un uscio e mi risponde la voce atterrita di una donna che chiama il marito. Scende quest'ultimo e mi accoglie finalmente in una cucinetta ben illuminata e riscaldata! Spiego la mia situazione e vengo accolto amorevolmente e mi vien dato ricovero per la notte. Debbo anzitutto spogliarmi, perché bagnato di sudore per lo sforzo sostenuto. E mi riposo, finalmente, dopo tante emozioni! Sono brava gente: marito e moglie con un bambino di due anni3.


Sono le 11 e da mezzogiorno non ho toccato cibo: utilizzo così le ottime provviste della signora Azzimonti e dopo aver parlato coi miei ospiti fin oltre la una, mi distendo sul loro divano per qualche ora di sonno. Alle 5 devo ripartire a piedi per Albiolo e raggiungere la ferrovia. Nel frattempo avevo nascosto nuovamente (sotto le calze) i miei due veri documenti. Avevo fatto un piccolo pacco di quanto indispensabile, volendo lasciare loro il mio bagaglio, per passare meglio inosservato. Il marito propone di accompagnarmi in bicicletta, e la moglie intanto mi prepara un'ottima tazza di caffè. Lascio loro un bel regalo per il loro bambino e li saluto con molta riconoscenza. Giungiamo alle 6 ad Albiolo e sono a Varese alle 8, rientrando verso le 9 alla villa Azzimonti! È sabato 11 dicembre!


È grande il dolore dei miei ospiti nel vedermi ritornare così stanco, con le mani insanguinate dai rovi, mentre la sera prima si erano rallegrati sentendo dal figlio che avevo passato senza incagli la rete.


Il Sig. Alberto mi ha riconfortato assicurandomi che avrebbe provveduto ad una mia sistemazione in attesa di ripetere il tentativo. Mi preparò un ottimo bagno e mi costrinse a riposare a letto per un paio d'ore. Verso le 11 arrivarono gli ottimi Rombolotti per avere notizie dettagliate del mio passaggio! È facile immaginare il loro disappunto, temperato dal pensiero che ero riuscito almeno a sfuggire da solo ai pericoli del ritorno! Abbiamo poi tenuto un consiglio di famiglia per decidere il da farsi. Anzitutto si doveva lasciar credere a Stresa che io fossi passato definitivamente in Svizzera, mettendo al corrente della situazione solo gli amici.


Azzimonti mi propone una pensione presso persona molto fidata e si offre di andare a Milano l'indomani per sentire se ha camera libera. E così viene deciso. I Rombolotti si trattengono fino a sera e ci lasciamo con l'intesa di rivederci a Milano il mercoledì.


Il martedì 14 dicembre parto alle 8 per Milano e mi reco alla Pensione Finzi, in foro Bonaparte. Alla Nord esco per ultimo per evitare dei conoscenti.


Passai un mese relativamente tranquillo. Frequenti visite della signora Tony col suo amico Diego, di Emilio e degli ottimi amici che da Stresa mi mandarono una stufa elettrica e valigie con quanto mi occorreva. Uscivo solamente di sera, dopo l'oscuramento dei negozi. Passammo bene Natale e Capo d'anno con le mie due ospiti. Intanto i miei amici avevano trovato due ottime guide. Il primo dalle parti di Cantù ove un tizio mi avrebbe consegnato ad un suo cognato residente in Svizzera, percorso relativamente breve. L'altro mi. avrebbe pure appoggiato ad un suo cognato svizzero ma con un percorso di 4 o 5 ore sopra Canobbio.


1944


Dopo qualche rinvio si decise di accelerare per timore della neve che avrebbe costituito un grave ostacolo anche per le tracce.


Mi viene stabilito il passaggio per il mercoledì 12 alle ore 11. Il martedì 11 vengono a Milano i Rombolotti e riunisco il necessario nella mia valigia. Alle ore 16.30 mi viene a prendere la signora Jole col biglietto per Bisuschio e scendiamo con i Rombolotti. Con la signora Jole arrivo verso le 20 a Viggiù, in casa sua, ove sono accolto da sua madre. Pranzo nella loro cucinetta.


Alle 9 giunge un certo Zanzi al quale faccio il pagamento convenuto, prendendo gli ultimi accordi. Ho con me una sola valigia, ma non potrò prenderla meco dovendo passare a mezzogiorno. Dovrò passeggiare con la signora e non suscitare sospetti con la valigia. Zanzi la prende con l'intesa che sua moglie la porterà nel suo gerlo la mattina presto e la farà passare.


Notte freddissima. 12 gennaio. Alle 10 ricompare Zanzi dicendo che la valigia non stava nel gerlo e mi consiglia di fare dei pacchi col suo contenuto: la signora Jole parte con lui per fare il lavoro di smistamento a casa sua. La vedo però ritornare poco dopo dicendo che è già giunta la guida che dovrà accompagnarmi: che è convenuto per le ore 12 e manca quindi il tempo per fare i pacchi. Alle 11 con un segnale convenuto di campanello Zanzi ci avverte che ci attende. Usciamo la signora ed io e lo vediamo in fondo alla strada che ci fa segno di fermarci. Difatti vediamo passare due soldati tedeschi con un grosso cane lupo alla catena: fortunatamente vanno in direzione contraria a quella che noi dobbiamo prendere.


Ci avviamo poi verso Clivio. Dopo mezz'ora incontriamo la guida ed una sua amica che ci precedono prendendo una strada laterale. Dopo dieci minuti saluto la signora Jole e Zanzi per seguire la guida in un piccolo sentiero. Zanzi ci avverte di non temere se incontrassimo le guardie, le quali faranno le cattive solo per finta, dice lui.


Giornata bellissima di pieno sole ma con visibilità fin troppo buona. Gli alberi sono privi di foglie e la caserma della milizia, posta in alto, domina per lungo tratto la rete!


Dopo pochi minuti ci fermiamo tutti e tre nascosti da cespugli al sommo di una piccola scarpata: al di là si vede la rete e a pochi metri la casetta dove dovrò rifugiarmi. Dopo un po' si vede anche uno dai capelli bianchi, al di là della rete, che mi dovrà accogliere. La guida è un mutilato della milizia, di 23 anni, e mi fa intendere che gradirebbe gli lasciassi le lire che avessi eventualmente meco (!) od almeno una piccola mancia. Mi fa togliere il mantello non potendo altrimenti passare sotto la rete. Mi assicura che il sabato successivo porterà la mia valigia. Sentiamo le voci di boscaioli che lavorano lì vicino e vediamo passare sul sentiero di ronda una donna che ha portato loro la colazione.


Sono intanto suonate le 12 ai campanili vicini e l'amica della guida va in esplorazione per vedere se la via è libera. Ad un certo momento ci fa segno di discendere: ma ci siamo appena mossi che spuntano un appuntato della milizia ed una guardia di finanza! In un primo momento non mi impressiono troppo: ma il milite vuol esaminare i documenti bene immaginando lo scopo della nostra presenza. Esamina la mia carta di identità e il permesso della Questura e cerco di commuoverlo dicendo che devo raggiungere i figli lontani. La guida mostra il suo libretto di mutilato ma il militare fa una tremenda sfuriata e vuole portarci via tutti e tre. Allora Cron Torti chiama alla rete la guardia per parlamentare e fa segno a noi di scappare. Torniamo di corsa una trentina di metri e mi ficco sotto la rete ove un ometto mi accoglie e mi fa entrare subito nella casa. Dopo pochi istanti entra Cron Torti, con un figlio e mi accompagna di corsa verso la sua vera casa. Attraversiamo i campi a passo accelerato, sperando sfuggire all'attenzione delle guardie svizzere. Fortunatamente nessuno ci vede e dopo dieci minuti arriviamo alla casa di C.T. ove ho la grande gioia di abbracciare Roberto4, venuto ad incontrarmi. Poco dopo arriva C.T. che aveva dovuto tacitare la guardia con un altro salasso non indifferente: ma siamo tutti felici che ogni cosa si sia risolta in bene. Dopo un po' di riposo e due buone tazze di ottimo caffè, seduti davanti al camino possiamo rievocare con Roberto tutto il passato di questi ultimi mesi, distruggere (con mia grande gioia) i documenti falsi che avevo meco e fare piani per l'avvenire. Roberto suggerisce di farmi ricoverare in ospedale per evitare i disagi del campo5. Accenno allora il mio piede malato, che potrà servire in questa circostanza. Dopo aver liquidato C.T. ci prepariamo a venire a Lugano, nella speranza di evitare controlli. Dato che Roberto non ha regolare permesso di viaggio, stabiliamo di viaggiare indipendentemente per esserci di reciproco aiuto in caso di incidenti. Arriviamo a Lugano verso le 18. Nell'Albergo Centrale trovo tutti i miei cari che mi accolgono a braccia aperte, e qui passo, nascosto, alcuni giorni deliziosi, di vero riposo dopo le peripezie dei mesi passati. Telegrafo subito a Lidia il mio arrivo in Svizzera.


Decidiamo la presentazione per martedì 18. Nel frattempo avevo acquistato grosse scarpe di panno, e parto da Lugano col piede destro, dolente, in pantofola. Il Sr. Masina mi presenta alla Casa d'Italia di Bellinzona e mi affida al caporale di guardia: mentre Roberto va a parlare al medico capo per facilitare il mio internamento in ospedale. Subisco una serie di interrogatori da parte di funzionari cortesissimi, mi vengono prese le impronte digitali e consegno la mia carta di identità. Riempio quattro copie di un questionario e alle 18 vado al refettorio ove trovo una ventina di rifugiati. Ottima ed abbondante zuppa... ma non c'è più pane e formaggio, che mi vengono poi portati nel salone verso le 20. Preparo il mio saccone di paglia vicino a quello del Rag. Gabriele Segre di Torino. Notte alquanto burrascosa e insonne, anche per il tremendo russare dei compagni di camerata.


Il 21 mi ricovero all'Ospedale Italiano di Lugano. Vita d'ospedale monotona, notti piuttosto insonni finché ottengo una camera al secondo piano ove faccio vita assai migliore. Il 24 mi annunciano che è stato firmato il decreto di liberazione.


Nel pomeriggio del 28 mi trasferisco all'Hotel Lloyd telegrafando a Lidia il mio nuovo indirizzo. Il 3 marzo ricevo una prenotazione telefonica per sabato 4 alle ore 19. Ed ho la grande gioia di riudire, dopo quattro anni, la voce sua, di Piero e di Giulio Loria. Ma quale dolore che Wanda non abbia più potuto soddisfare questo suo ardente desiderio! [...]


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Note

  1. Gianna e Giacomo Rombolotti furono i consuoceri e amici fedeli.

  2. Incaricato delle sue tenute, salvaguardò tutti i suoi beni.

  3. Nel 1972, Lidia Segre ripercorse l'itinerario seguito da suo padre e nella casa che lo aveva accolto trovò un parente che ricordava la storia. Il padrone era morto e la vedova e il figlio vivevano a Milano.

  4. Roberto Pugliese, nipote del protagonista, era fuggito in Svizzera in settembre con la sua famiglia.

  5. Campo di concentramento di profughi in quarantena.



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